VIENI A BALLARE IN PUGLIA

L’altra sera ero in giro per Liverpool Street quando tra la visione distratta dei soliti cartelloni pubblicitari ne vedo uno con una spiaggia, un ombrellone stile Caraibi e un mare limpido, cristallino. A campeggiare in alto una scritta imponente in un inglese conciso che poteva essere capito da chiunque: “We are in Puglia”: Non nego che inizialmente la cosa mi ha lasciato esterefatto, ero felice di vedere la mia regione pubblicizzata oltremanica. Una volta tanto, ho pensato, si parla delle tante cose belle che purtroppo in molti non conoscono. Non faccio in tempo ad uscire dalla metropolitana e di fronte a me vedo subito un autobus di quelli tipici londinesi, rosso, imponente e a due piani. Sulla fiancata trovo un altro cartellone che sponsorizzava un’altra località turistica paradisiaca e ancora una volta una scritta gigantesca: “We are in Puglia”. Inizio a provare una sensazione strana, un misto tra felicità e stupore. Nel continuare la mia passeggiata, ne incontro altri di questi cartelli, un tappezzamento puntiglioso, frutto di una imponente campagna pubblicitaria. Potere del marketing. Questo è stato il mio primo pensiero. Ma, forse, stavolta è per una giusta causa. Ho pensato che probabilmente si cercava di recuperare un’immagine perduta dagli ultimi eventi poco gloriosi avvenuti dalle mie parti.
Non ci penso più. Faccio la spesa, arrivo a casa, pronto per preparami la cena , distrattamente apro Facebook. Leggo decine di commenti e guardo fotografie nelle quali diversi amici che vivono a Taranto, denunciavano uno strano odore e una chiazza oleosa in mare. E’ sceso il temporale ieri a Taranto, evento non raro dalle mie parti, e probabilmente uno dei soliti fulmini che si sprigionano in queste tempeste estive ha provocato un black-out alla Raffineria Eni. Risultato? Una chiazza di greggio non ancora circoscrivibile che ci riporta alla memoria le scene della prima Guerra del Golfo. Un mare nero-petrolio che uccide per sempre ogni forma di vita, metafora di un sistema industriale che sta ammazzando lentamente la città che lo ospita. Un danno ecologico che ancora nessuno è riuscito a quantificare. Come ben pochi sanno fuori da Taranto, oltre all’ormai nota Ilva, lo stato italiano ci ha dato l’onore di ospitare l’Eni, la Cementir, Evergreen e la Marina Militare. Taranto è nota per il suo clima favorevole, per la ricchezza della sua natura, per la mancanza di eventi sismici e vulcanici, e da una posizione geografica che le permette di essere punto strategico al centro del Mediterraneo. Una città fondata su un’insenatura che le permette di essere inespugnabile via mare. Questo è uno dei motivi per i quali nella storia in molti se la sono contesa. Lo avevano capito già i greci migliaia di anni fa. Questo è uno dei motivi per il quale quando 50 anni fa si doveva creare un polo industriale lo si è costruito a Taranto, sfruttando la povertà della gente si è fatto credere che il benessere fosse l’industria pesante. E' così lentamente e inesorabilmente, è sparita quella condizione contadina, fatta di genuinità, artigianato, di pesca e di allevamento. Giorno dopo giorno è cominciato quel processo che ha portato a modificare il cervello degli abitanti del posto alla monocultura dell’industria sporca dell’acciaio e delle raffinerie. Quello che doveva essere un solo vantaggio (posizione geografica e condizioni climatico ambientali eccellenti) si è tramutato in un boomerang. Chi doveva lucrare ha avuto lungimiranza nel venire a sfruttare, a deturpare, a stuprare una terra, con specchietti per le allodole, problematiche alle quali le nostre inesperte generazioni precedenti non erano pronte ad affrontare. Accecati dal milione al mese, dalla macchina nuova e dal televisore a colori in tutte le stanze. Una situazione di benessere apparente che ci ha fatti sprofondare in due decadi nella condizione di città più inquinata d’Europa, con tassi tumorali pari a quelli di Shangai. Ma questa è storia nota che puzza di vecchio, e piangere sul latte versato serve a poco. Purtroppo l’ignoranza e la mancanza d’esperienza del tempo non potevano far prevedere a cosa saremmo andati incontro negli anni a venire. Per questo non condanno i miei padri e i miei nonni, ma condanno chi ancora oggi riesce a farsi abbindolare da queste misere trovate di marketing.
Proprio per questo, quei cartelli visti in tutte le stazioni di Londra, tutt’un tratto hanno smesso di essere un motivo di speranza e sono diventati a loro volta un altro specchietto per le allodole. Al pari della grande industria degli anni 60. La pubblicità più corretta sarebbe questa: un ombrellone, una sdraio, un mare caraibico e una scritta altrettanto gigante: “We are in Puglia, ma non girare l’obiettivo della macchina fotografica!”. Per pochi e semplici motivi: non c’è un minimo piano turistico che permetta alla mia terra di poter ospitare turisti. Non si investe e non ci sono fondi per la costruzione di impianti alberghieri e attrezzature che possano ospitare al meglio chi viene a visitarci. Si dovrebbe creare un’area no-tax che permetta agli investitori privati locali di fare investimenti e costruire impianti degni di questo nome. Così si permetterebbe una crescita economica senza intaccare le scarse casse dello Stato. Ahimè il turismo che si pubblicizza in quei grandi cartelloni, andrà ad arricchire i soliti 4 noti campeggi del Salento, porterà turisti inglesi nei soliti 4 hotel di Otranto e inonderà come al solito la regione di squattrinato turismo giovanile che si accamperà sulle spiagge e nelle pinete e creerà grosse quantità di rifiuti che non si saprà come smaltire. Porterà un traffico di auto chilometrico su una litoranea che ha delle strade che non sono assolutamente attrezzate ad ospitare un flusso di gente che supera le 2 milioni di presenze nella settimana di Ferragosto. Per non dire, se mai un migliaio di ipotetici turisti tedeschi decidesse di venire sul litorale tarantino, in quale albergo li ospiteremmo? Nelle ville abusive di Marina di Lizzano, Torricella e Maruggio? In quale spiaggia li metteremmo a loro agio? In quali parcheggi faremmo parcheggiare le loro auto senza che queste invadano pinete e zone naturali dalle quali le auto dovrebbero stare alla larga? Io credo che sia esercizio troppo facile riempirsi il petto d’orgoglio e vantarsi con i propri amici di quant’è bella la nostra Puglia. Sarebbe più corretto dire che la Puglia è bella e maledetta, e quando ci penso mi vengono in mente le parole di una modella brasiliana della quale non ricordo il nome. Parlando della protesta del suo paese contro i campionati del mondo di calcio, si domandava: “a cosa serve per il piccolo commerciante decuplicare la vendita di gelati e bevande per un mese? Forse a farlo stare bene nel mese successivo e poi?”. Utilizzo questa riflessione per la mia regione e soprattutto per la mia città: a cosa serve vendere più birre per dieci giorni se dal 1° settembre torneremo ad essere la città dell’acciaio e dell’industria pesante? Proprio per questo non voglio fumo negli occhi, e non voglio buttarlo a voi turisti che venite in Puglia. Chi vuole davvero bene alla propria terra, dovrebbe quotidianamente lottare e denunciare chi fa di uno dei posti più belli d’Italia, un gabinetto e una discarica a cielo aperto. E' abbastanza inutile pubblicare foto di psiagge incantate agli inizi di luglio. Un po' troppo poco dal mio punto di vusta. Non me ne vogliate allora se a me del turista inglese che va ad arricchire i soliti quattro noti che pagano a nero i propri dipendenti non me ne frega un benemerito. Non ve la prendete e non storcete il naso se davanti al mio rifiuto di essere felice ad atteggiarmi con i miei amici di com’è bello essere pugliesi e tarantini per un mese all’anno, vi dico le cose come stanno nei successivi 11. Nessuno può dire ormai che non sa. Non ve la prendete se per l’ennesima volta vi faccio presente che ci stanno prendendo in giro con sta storia del turismo e questo altro non è che un contentino per ripulire l’immagine di una regione martoriata da mille problemi e che costringe il 50% dei propri giovani con età inferiore ai 30 anni di emigrare altrove. Abbiamo subito di tutto per troppi anni, non chiudiamo gli occhi ancora una volta, non accontentiamoci come sempre del piatto di pasta oggi per poi morire domani. Come sempre la risposta più bella e signorile la dà l’arte e la satira, come cantava Caparezza in una famosa canzone di qualche anno fa: “Vieni a ballare in Puglia, nei campi di pomodori, dove la mafia schiavizza i lavoratori e se ti ribelli sei fuori, abbronzatura da paura con la diossina dell’Ilva, c’è chi ha fumato i veleni dell’Eni e chi ha lavorato ed è andato persino in coma […] Turista tu canti tu balli, io conto i defunti di questo paese, dove quei furbi che fanno le imprese non badano a spese e pensano che il protocollo di Kyoto sia un film erotico giapponese, vieni a ballare in Puglia, dove la notte è buia, chiudi le palpebre e non le riapri più, vieni a ballare grattati le palle pure tu […] Turista tu resta coi sandali, non fare scandali, se ci siamo dimenticati di essere figli di emigrati, mortificati non ti rovineremo la gita, passa dalla Puglia, passa a miglior vita”.
Sempre citando Caparezza: se ho detto qualcosa di falso, denunciatemi per vilipendio al turismo di massa!